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La filosofia del Bonsai

(tratto da Wikipedia)

Si parla di arte bonsai, in quanto fare bonsai è un’arte che comporta svariate conoscenze, sia nel campo generale dellabotanica, che in quello più particolare delle tecniche bonsaistiche. Tutte queste conoscenze vengono applicate per coltivare una pianta che rispetti determinati canoni estetici.

Un altro aspetto interessante è che si tratta di un’opera d’arte mai finita: la pianta continua a crescere e modificarsi, bisogna quindi accudirla sempre.

Il bonsai come si conosce oggi, è sostanzialmente quello giapponese, tuttavia l’origine dei bonsai è da situarsi in Cina: furono dei transfughi cinesi, approdati sulle coste giapponesi, a portare nel paese i primi bonsai. I giapponesi appresero questa tecnica e ne fecero un’arte, applicando alle piante coltivate i canoni della propria estetica influenzata dallo Zen.

È importante che un bonsai evochi in chi lo guarda una sensazione di forza, maturità e, soprattutto, di profonda pace e serenità.

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Caratteristiche del bonsai

(tratto da Wikipedia)

Per valutare un bonsai si devono prendere in considerazione i cinque punti fondamentali attraverso i quali si esprime tutta la sua bellezza e la sua armonia.

Apparato radicale

Le radici devono disporsi possibilmente a raggiera, deve essere visibile la parte di radici che penetra nel terreno, in modo da dare il più possibile la sensazione di forza e stabilità della pianta.

Tronco

Il tronco deve avere, a seconda degli stili, andamento eretto o sinuoso. La base (piede) deve essere di buon diametro per poi assottigliarsi gradualmente nella zona apicale. Molto importante è la presenza di una corteccia “vecchia” che conferisce al bonsai un aspetto vetusto. In genere il tronco, in un bonsai apprezzabile, resta visibile per circa due terzi della sua lunghezza totale.

Fondamentale, in alcune piante come le conifere, è la presenza di sharisabamikijin, cioè ferite della corteccia e dei rami che mettono a nudo il legno, dando alla pianta un aspetto ancora più vissuto.

Rami

Per la formazione della chioma la miglior disposizione da dare ai rami è quella in cui i più grossi, ramificazione primaria, si espandono verso i lati e il retro per dare profondità e tridimensionalità e i più piccoli, ramificazione secondaria e terziaria verso la parte frontale, posteriore e superiore per creare i “palchi”.

Fatti salvi casi particolari non sono ammessi rami che partono frontalmente verso l’osservatore. La forma della chioma e dei singoli palchi deve essere riconducibile ad un triangolo.

Foglie

Le foglie devono essere mantenute piccole somministrando correttamente l’acqua e i fertilizzanti e praticando al momento giusto sia la pinzatura degli apici che la defogliazione, che consiste nell’eliminazione parziale o totale delle foglie, in modo da permettere alla pianta di emetterne di nuove più piccole.

Apice

L’apice, ovvero la porzione terminale del bonsai, deve mostrare vitalità, in quanto simbolo di vita.
I bonsai che presentano l’apice spezzato o inesistente, non hanno pregio. Diversamente, se nella zona apicale sono presenti jin (legna secca) segni di lunga vita, il bonsai è apprezzato in quanto è ritenuto un triste tocco di natura austera.

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Un po’ di storia…

(tratto da Wikipedia)

Il termine “bonsai” è giapponese ed è costituito dai due ideogrammi 盆栽: il primo significa vassoio o contenitore (bon), mentre il secondo (sai) significa educare e, in senso lato, il coltivare.

Questi alberi in vaso possono essere paragonati a normali piante che sono state “semplicemente” coltivate in maniera migliore ovvero con cure ed attenzioni di cui generalmente altre piante non necessitano. Per rendere la pianta nel suo complesso più forte ed adatta a sopravvivere in spazi ristretti, si procede alla potatura delle radici fittonanti (quelle che penetrano in profondità nel terreno), al rinvaso periodico e ad adeguate potature dei rami.

I bonsai, sia come senso estetico naturale sia come la filosofia orientale suggerisce, devono seguire degli stili ben precisi accomunati dalla conicità del tronco, dalla dimensione ridotta delle foglie e soprattutto dalla naturalezza della pianta stessa, che nel suo insieme (vaso compreso) ha lo scopo di riprodurre la natura in piccole dimensioni.

È sbagliato pensare che i bonsai soffrano nei vasi: è solo un’impressione che si ha, a causa delle forme spesso contorte o delle parti di legno secco create appositamente per dare un effetto di vetustà alla pianta. Se un bonsai soffrisse non arriverebbe a fiorire o addirittura a fruttificare.

La tecnica bonsai è nata in Cina e perfezionata in Giappone ed è legata a quello che gli Orientali chiamano seishi: l’arte di dare una forma, di coltivare, il praticare le tecniche più svariate sempre nel rispetto della pianta. I bonsai sono dunque natura viva, piccoli alberi che malgrado le dimensioni contenute esprimono tutta l’energia che è racchiusa in una pianta grande. Alcuni bonsai vengono curati e educati in modo da creare scene comuni come la pesca o la caccia.

Gli orientali definiscono il bonsai come l’unione della natura con l’arte, così come il teatro  e la danza classica sono per i giapponesi la sintesi di musica e storia. A differenza dell’Ikebana, l’arte di comporre i fiori, il bonsai non si può insegnare con formule esatte o regole matematiche, ma con i comuni principi di botanica, senso estetico e una buona dose di pazienza.

Per esigenze didattiche i maestri giapponesi hanno stabilito regole e principi di bellezza che hanno permesso ai neofiti di seguire un percorso preciso e facilitato per creare un bonsai.

Come in ogni arte esistono veri e propri capolavori, anche plurisecolari e dal valore inestimabile; a differenza di altre attività artistiche, nell’arte Bonsai il soggetto è in continua (e lenta) evoluzione. Oltretutto nel caso di Bonsai famosi, sulla stessa pianta, nel corso del tempo, intervengono diversi maestri e collezionisti, rendendo l’opera indipendente dall’artista che l’ha creata (o raccolta).

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Per iniziare…

(tratto da Wikipedia)

Bonsai è l’arte di creare miniature di alberi, coltivandoli per anni in un piccolo vaso. Con questa particolare tecnica si guida infatti del materiale vegetale ad assumere forme e dimensioni volute, pur rispettandone completamente l’equilibrio vegetativo e funzionale.

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I cactus

(tratto da Wikipedia)

Le Cactaceae Juss.1789 (chiamate anche cactacee, più comunemente cactus e raramente cacti al plurale) sono una famiglia di piante succulente (piante xerofite, adattate agli ambienti aridi mediante l’accumulo di acqua all’interno di tessuti succulenti) che comprende circa 3000 specie e 120 generi.

Sono per lo più utilizzate come piante ornamentali, ma alcune sono anche piante da raccolto. I cactus fanno parte dell’ordine delle Caryophyllales, che include anche altri membri, come le barbabietole, gli spinaci, l’amaranto, i garofani, il rabarbaro, il grano saraceno, il plumbago e la bougainvillea.

Le cactaceae sono piante inusuali e facilmente identificabili che sono riuscite ad adattarsi ad ambientiestremamente aridi e caldi, sviluppando diverse caratteristiche fisiologicheanatomiche per conservare l’acqua. I loro fusti si sono adattati diventando succulenti e fotosintetici, mentre le foglie, molto spesso, sono diventate lespine, una delle caratteristiche più distintive delle piante di questa famiglia.

I cactus si presentano in forme e dimensioni molto diverse tra loro, da piccole e globose a grandi e colonnari. Il cactus più alto è il Pachycereus pringlei, con un’altezza massima registrata di 19,2 m[1], e il più piccolo è laBlossfeldia liliputana, che raggiunge 1 cm di diametro in piena maturazione[2]. I fiori dei cactus sono grandi rispetto al fusto e alle foglie, ed esattamente come le spine e i rami, nascono dalle areole. Molte specie di cactus hanno la fioritura notturna, perché vengono impollinati da insetti notturni o da piccoli animali notturni, principalmente falenepipistrelli.

DESCRIZIONE

Le cactaceae sono piante succulente. Possono assumere numerose forme geometriche: globose, colonnari, appiattite, singole e in gruppi numerosi e nella famiglia si annoverano quasi tutte le forme ecologiche di accrescimento: fanerofitecamefitecriptofiteemicriptofite, ecc. Sono tutte perenni. Sono estremamente variabili anche per dimensioni del fusto, da pochi centimetri fino ad alcuni metri, e per numero, disposizione, colore e spessore delle spine, (se presenti).

Una caratteristica delle cactacee (più spesso indicate col nome generico di cactus) è quella di essere provviste di gemme latenti ricoperte di lanugine e, spesso, di foglie più o meno trasformate in spine (o glochidi). A tale organo è dato il nome di areola. I loro fiori sono generalmente bisessuali e con placentazione infera, tranne che nella sottofamiglia delle Pereskioideae che conserva ancora caratteri primordiali. Alcune specie sono epifite delle foreste caducifolie tropicali (tribù delle Rhipsalideae) o della foresta amazzonica come il Disocactus amazonicus.

Diffusione geografica

La diffusione naturale di questa famiglia di piante è limitata quasi esclusivamente al nuovo mondo, dove è presente dal Canada alla Patagonia, con particolari concentrazioni nelle steppe, nelle praterie e nei semideserti persino in ambienti caldo-umidi tipici della foresta tropicale e subtropicale. Una sola specie, Rhipsalis baccifera si trova spontanea anche nell’Africa centrale, inMadagascar e nello Sri Lanka. Varie specie sono state introdotte dall’uomo si sono naturalizzate anche in Europa, Africa, AustraliaAsia, in alcuni casi diventando delle vere e proprie piante infestanti. In Italia le cactaceae sono rappresentate essenzialmente da alcune specie di Opuntia, la più importante delle quali è Opuntia ficus-indica, diffusa soprattutto in Sicilia,CalabriaLiguria e lungo i versanti soleggiati e protetti di tutta la costa italiana.In alcuni luoghi, soprattutto zone una volta abitate del sud, si possono osservare anche grandi esemplari di Cereus e di Hylocereus che continuano a vivere tranquillamente senza l’assistenza di nessuno, ma generalmente senza riprodursi e diffondersi.

Etimologia

La parola cactus deriva dal greco antico κάκτος kaktos, in riferimento ad alcune specie di cardi (Cynara): queste piante erano molto diffuse nell’area mediterranea ed erano citate già nel III secolo a.C. da Teofrasto nell’Historia plantarum e dal poetaTeocrito nei suoi Idilli.

La parola passò in latino come cactus con Plinio il Vecchio, che nella sua Naturalis historia riprese e sviluppò ciò che scrisse Teofrasto su queste piante che crescevano in Sicilia. Da cactus deriva il termine latino carduus, che è poi stata utilizzata anche in italiano (cardo).

Durante il Medioevo la parola cactus era usata per identificare il carciofo commestibile. Carl von Linné nel 1753 diede in modo generico il nome cactus ad un genere (che comprendeva soltanto piante appartenenti agli attuali generi Mammillaria,MelocactusOpuntia) che in seguito venne riutilizzato per la famiglia e a sua volta suddiviso in diversi generi.

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Parassiti

(tratto da www.faidate360.com)

Tra i più comuni parassiti di origine animale di cui sono vittime le piante grasse, ricordiamo il ragnetto rosso e la cocciniglia, tra l’altro comuni a molte specie di piante, cui si aggiungono parassiti che minano la pianta alle radici.

Il ragnetto rosso è un minuscolo acaro che per cibarsi della linfa presente nelle succulente è capace di procurarle piccole ferite, potenziali cause di patologie fungine. A parte il ricorso agli acaricidi per debellarne l’eventuale presenza, al fine di prevenirne la formazione si consiglia di nebulizzare la pianta creando un ambiente circostante ricco di umidità, dal momento che i ragnetti rossi prolificano in presenza di clima secco ed asciutto. Durante la stagione estiva bisogna combattere con insetticida appropriata la presenza delle inevitabili formiche che favoriscono la produzione delle cocciniglie, di cui sono vittime le piante grasse.

Le cocciniglie, che vivono in colonie, aggrediscono la parte più giovane della pianta grassa, danneggiandone i relativi tessuti, per nutrirsi della linfa ivi presente in abbondanza. Come sempre, prevenire e meglio che curare, dal momento che la presenza massiccia di questi parassiti, se non debellata con la dovuta tempestività, crea non solo danni estetici, ma può compromettere in maniera irreversibile la salute della pianta.

Oltre alle cocciniglie ed ai ragnetti rossi, in misura minore altri animaletti insidiano le piante grasse, dai bruchi alle lumache, dalle formiche agli aleurodidi, dagli afidialle anguillule. I bruchi, come le cocciniglie attaccano le parti giovani della pianta, e se presenti in grandi quantità creano seri danni, per cui il ricorso agli insetticidi appropriati diventa inevitabile. Anche le lumache, come le cocciniglie ed i bruchi attaccano le pianti giovani, o i nuovi germogli e foglie delle piante adulte, danneggiandole vistosamente dal punto di vista estetico. Se presente in numero limitato, le succulente ne possono essere liberate manualmente, come avviene per i bruchi.

Le formiche, come già abbiamo detto fanno danni indirettamente, in quanto allevano gli afidi, piccoli insetti portatori di diverse patologie, di cui in qualche misura anche le piante grasse sono vittime.

Le anguillule, piccoli invertebrati, sono in grado di minare le radici delle piante grasse portandole persino alla morte, mentre gli aleurodidi sono moscerini portatori di importanti patologie, che indeboliscono la pianta grassa succhiandone la linfa. Tra i parassiti di origine vegetale, ricordiamo i Funghi, i Batteri, i Virus ed i Micoplasmi.

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Piante Xerofile

(tratto da Wikipedia)

Le xerofitepiante xerofile sono vegetali adattati a vivere in ambienti caratterizzati da lunghi periodi di siccità o da clima arido o desertico, definiti genericamente ambienti xerici. Una categoria particolare di piante xerofile presenta anche adattamenti a vivere su suoli ad elevato accumulo di salinità; in questo caso le piante sono denominate alofite e possono colonizzare anche ambienti umidi, ma che per l’elevata tensione osmoticamantengono prerogative analoghe a quelle degli ambienti xerici.

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Parenchima

(tratto da Wikipedia)

Il termine parenchima deriva sia dal campo della morfologia vegetale che da quello dell’anatomia animale.
Negli organismi vegetali il termine parenchima, o tessuto parenchimatico, indica una serie di tessuti di riempimento, molto attivi dal punto di vista metabolico, dotati di ampi spazi intercellulari.
Esistono diversi tipi di parenchimi, che vengono classificati sulla base della loro funzione “prevalente”:

Parenchima clorofilliano
Parenchima clorofilliano o clorenchima: tessuto formato da cellule ricche di cloroplasti, deputato alla fotosintesi. Esso è presente in tutti gli organi verdi, in particolare nella foglia, l’organo fotosintetico per eccellenza, e nei fusti erbacei. L’organizzazione spaziale delle cellule nel parenchima clorofilliano della foglia spesso risponde all’esigenza di ottimizzare la cattura della luce. Nelle foglie di tipo bifacciale, il parenchima clorofilliano è suddiviso in un parenchima superiore, detto a palizzata (con cellule allungate disposte in modo ordinato), e in un parenchima lacunoso inferiore (con cellule di forma varia con spazi intercellulari molto evidenti).

parenchima amilifero nella radice di Ranunculus ficaria
Parenchima di riserva: tessuto specializzato nella funzione di riserva. In molti casi, la riserva è costituita da amido, accumulato negli amiloplasti. In altri casi, la riserva può essere vacuolare, anziché plastidiale. Ad esempio, nelle Asteraceae le cellule del parenchima di riserva contengono all’interno del vacuolo un polisaccaride del fruttosio, l’inulina. Esiste anche la possibilità di accumulo di riserve polisaccaridiche anche nella parete cellulare, come avviene nei semi di talune palme.
Parenchima acquifero: tessuto parenchimatico che ha la funzione di accumulare acqua. È caratteristico delle xerofite e delle piante succulente. La possibilità di accumulare stabilmente l’acqua dipende dalla presenza di mucillagini altamente idrofile nel vacuolo delle cellule. È opportuno ricordare che in alcune succulente, ad esempio in Peperomia, la riserva idrica non è rappresentata da un parenchima acquifero, ma da cellule epidermiche che, organizzate in più strati, accumulano l’acqua.
Parenchima aerifero o aerenchima: tessuto parenchimatico caratterizzato da ampi spazi intercellulari allo scopo di lasciar passare i gas. Gli aerenchimi sono tipici di organi di piante acquatiche, che, in virtù dell’ambiente in cui vivono, potrebbero risentire di problemi legati alla carenza di ossigeno. L’approvvigionamento d’aria avviene nelle parti aeree, in primo luogo a livello delle foglie; in virtù dei canali creati attraverso l’aerenchima viene assicurata la continuità con gli organi sommersi. Il parenchima aerifero riempie anche strutture che permettono il galleggiamento, come avviene nel caso del picciolo delle foglie di Trapa natans o, ancor più vistosamente, di Eichhornia crassipes.
Parenchima conduttore: tessuto con funzione di trasporto di molecole a media distanza in senso orizzontale. Mentre il trasporto in senso verticale è assicurato da elementi altamente specializzati del tessuto conduttore, il parenchima conduttore consente il movimento delle soluzioni in senso orizzontale, formando i raggi midollari, che hanno una disposizione radiale.
Parenchima di trasporto: tessuto con funzione di trasporto di molecole a breve distanza. È ricco di plasmodesmi; inoltre la parete cellulare (e di conseguenza il plasmalemma) forma numerose pieghe allo scopo di fornire una maggiore superficie, permettendo così l’aumento della capacità di scambio.
Negli organismi animali esso rappresenta un tessuto che compone la massa principale, attiva e funzionale di un agglomerato cellulare, parte di organo o organo in toto. È spesso affiancato da tessuti con funzione nutritiva e di sostegno.

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Fioritura

(tratto da Wikipedia)

La fioritura delle succulente avviene per la maggioranza delle specie ogni anno nel periodo che va da maggio a novembre. Alcuni generi impiegano diversi anni a raggiungere la fioritura, come ad esempio le Yucca, le Sempervivum o le Agave. Queste piante si sviluppano a rosetta e, dopo diversi anni (per le agave ne occorrono anche fino a quindici), quando hanno raggiunto la robustezza sufficiente alla fioritura, la loro rosetta si sviluppa in fiore; se non hanno emesso polloni o rosette alla base, la pianta dopo la fioritura muore.
I cactus sono la famiglia che presenta più di 200 generi diversi. Di questi, alcuni, come per esempio la specie Zygocactus truncantus del genere Zygocactus, fiorisce a fine dicembre ed è per questo comunemente chiamata cactus di Natale; altre ancora, come nel genere Rebutia, fioriscono verso la metà dell’autunno.
In sostanza, diversificando accuratamente una scelta di piante succulente si potrà avere una fioritura durante tutto l’anno.

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Innesto

(tratto da Wikipedia)

Tecnica mediante la quale si uniscono due o più piante, o loro parti, con lo scopo di ottenere una saldatura come se si trattasse di un unico corpo. La pianta che riceve l’innesto si chiama soggetto o portainnesto, quella che si inserisce marza o nesto. L’innesto si esegue di preferenza sulle Cactaceae, ma anche su Euphorbiaceae ed Asclepiadaceae. Molteplici sono gli scopi per cui esso è eseguito: accelerare la crescita di soggetti lenti; salvare una piccola porzione sana di una pianta malata; moltiplicare piante che emettono radici con difficoltà.

Sono buoni portainnesti per le cactaceae: Trichocereus spachianus, T. macrogonus, T. pachanoi, T. bridgesii, Opuntia, Hylocereus; Echinopsis si presta bene per Aztekium, Ariocarpus, Uebelmannia; Harrisia per Sulcorebutia; Myrtillocactus è molto indicato per Ortegocactus.

Fra le succulente: Ceropegia woody per le Asclepiadaceae; Pachypodium lamerei e Oleandro per le Apocynaceae; Euphorbia mammillaris ed E. canariensis per Euphorbia in genere; Alluaudia procera per le Didiereaceae; Crassula portulacea per le Crassulaceae; Stapelia per Hoodia, Trichocaulon, Tavaresia.

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